Fare Community, vantaggi e caratteristiche

I vantaggi di una community online

a) Vantaggi economici

Le virtual community, generano vantaggi economici tra i quali costruire fedeltà e impegno da parte di consumatori, fornitori e altri business partners, promuovere l’innovazione attraverso una migliore condivisione di best practices ed altre informazioni, generare possibilità e crescita di guadagni attraverso vendite più alte o commissioni di transazione, dare una opportunità di insight sulle opinioni ed esperienze dei clienti o dei partners.

b) Possibilità di interagire con la propria clientela

Le comunità virtuali offrono la possibilità di interagire con la propria clientela in modo personalizzato e aiutano i venditori a comprendere i propri clienti e dimostrare loro la propria attenzione.

c) Fidelizzazione

Se si intende per “fedeltà” di marca l’acquisto ripetuto, le VC offrono uno spazio ove essa può essere alimentata e rafforzata dalla relazione che si viene ad instaurare tra venditore e cliente e tra clienti stessi.

Cercando di rendere la relazione con il cliente più stretta, e rafforzando il senso di identificazione che esso avrà con i membri della comunità che condividono i suoi stessi interessi ed esperienze riguardo a determinati prodotti, si amplificherà anche la forza della marca.

Il valore “marca” non è costituito solo dalla comunicazione, ma da tutte le relazioni fra chi vende un prodotto o un servizio e i suoi clienti, cominciando dalla qualità del bene offerto o del servizio che lo accompagna. Quindi è importante che venga rispettata la condizione di base necessaria a costituire questi tipi di relazioni, cioè la fiducia. E le comunità virtuali sono costruite su relazioni stabili e durature che si basano sulla fiducia e la partecipazione emotiva dei membri, e quindi ambienti ottimi per il rafforzamento della marca.

d) Rapporto con il brand

Il consumatore, una volta che ha acquisito la consapevolezza di far parte di un gruppo di individui che condividono gli stessi interessi e le stesse abitudini di acquisto, comincia a sentire “L’appartenenza alla comunità”, e di conseguenza, il legame con la marca, cui è indiscindibilmente legata, facendole proprie, sentendole come qualcosa che ha contribuito a fa crescere con i propri interventi e le proprie critiche e che, come tale, non può tradire.

In una comunità virtuale le risorse distintive dell’azienda e le caratteristiche del target si incontrano e si fondono in una unità di interessi che, se basata su un rapporto di fiducia, può portare anche a notevoli risultati in termini di branding.

e) Maggiori acquisti (anche online)

In uno studio effettuato da Jupiter Media Metrix è stato dimostrato che, in siti commerciali di vendita on-line ove la percentuale dei visitatori che utilizzano strumenti di community è bassa rispetto al totale, la percentuale relativa agli acquisti effettuati da community member è più alta (un terzo dei visitatori utilizza la community ma effettua due terzi delle vendite).

Inoltre, coloro che utilizzano strumenti di interazione visitano più spesso il sito (nove volte più spesso di chi non lo fa), sono fedeli e compiono il doppio di acquisti; anche coloro che leggono i contenuti ma non partecipano alla comunità sono più frequenti per numero di visite ed acquisti.

Caratteristiche fondamentali di una community.

a) Caratteristiche

  • Essere relativa ad interessi per i quali una Community reale non è praticabile (per scarsità degli individui)
  • Essere moderata e molto ‘densa’ di cose che altrove non ci sono.
  • Distinguere tra community e brand community

La confusione che ha portato molti decisori a credere (sperare?) che il brand bastasse a creare community vere (cioe’ popolate da esseri umani interessati all’interazione regolare) e’ stata probabilmente ispirata ad arte dai soliti furbi mordi e fuggi, piu’ interessati a farsi strapagare al momento che a creare operazioni di successo.

I poteri taumaturgici attribuiti alle community prescindono completamente dalla loro conoscenza: dopo sei anni di facciate ho capito che la maggior parte dei clienti, quando mi chiedono “una community”, in realta’ parlano di raccogliere intorno a un sito (o quel che e’) un discreto numero di visitatori regolari con un certo tasso di affinita’ di interessi e valori.

Non a caso, lo strumento preferito e’ la newsletter (che con la community c’entra assai pochino, non essendoci interazione tra pari). Per proteggere il mio orgoglio professionale ho iniziato a definirle community latenti 🙂

Nei pochi casi in cui un soggetto riesce a creare una vera community, i risultati ci sono, e sono notevoli: il fatto che farlo sia molto difficile non nega che, in caso di successo, i risultati premiano lo sforzo.

Per avere successo e’ bene definire delle policy chiare e ben accette alla maggior parte dei partecipanti, il che, in alcuni casi, deve anche significare liberta’ assoluta, soprattutto quando la moderazione si applica ai giudizi negativi o al suggerimento di prodotti della concorrenza.

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Sicurezza informatica: la vera minaccia? CEO poco attenti e personale non skillato (un’indagine di Ernst & Young)

Secondo un’indagine di Ernst & Young, il 57% delle imprese italiane aumenterà i budget in sicurezza informatica, anche se poco meno di un terzo degli intervistati si dice pronto a investire adeguatamente nella formazione dei propri dipendenti.

  • Le imprese non sono ancora preparate a difendersi efficacemente dagli attacchi informatici. Questo, almeno, è quanto rivela l’undicesima edizione dello studio annuale di Ernst & Young “Global Information Security Survey”.
  • C’è, in generale, una maggiore consapevolezza rispetto al passato dei rischi connessi alle minacce informatiche provenienti dall’interno delle organizzazioni, ma i responsabili delle aziende sono ancora restii a intraprendere azioni preventive.
  • Oltre il 70% delle 1.233 aziende interpellate all’interno di 51 Paesi non prevede, infatti, iniziative di addestramento o programmi di sensibilizzazione dei dipendenti sulle problematiche legate alla sicurezza di procedure e informazioni.
  • Spiccano, all’interno dell’indagine, i dati relativi alle aziende italiane.
    • Nel nostro Paese si registra, infatti, un buon livello di consapevolezza in merito all’importanza della sicurezza informatica: il 59% degli intervistati la ritiene determinante per raggiungere gli obiettivi di business e il 32% valuta come molto efficace l’attività svolta internamente in tema di sicurezza.
    • Da sottolineare che, in Italia, le funzioni che si occupano di sicurezza It riportano per il 26% al Chief information officer (Cio) dell’azienda, mentre per il 19% al Chief executive officer (Ceo).
  • Il dato dimostra la tendenza a considerare la sicurezza informatica un requisito fondamentale per l’efficienza globale dell’impresa. Tuttavia, nel 32% dei casi, la reportistica inerente policy e incidenti viene presentata ai vertici dell’azienda soltanto su richiesta specifica. Solo il 14% delle aziende fornisce abitualmente, una volta al mese o più di frequente, tali informazioni.
  • Nel Belpaese, la sicurezza informatica è considerata una tematica che richiede regole a livello complessivo nell’azienda. Il 55% degli intervistati ritiene, infatti, che “centralizzazione” sia il termine che meglio descrive le regole che la riguardano.
  • A livello di gestione, tuttavia, lo studio sottolinea la frequente migrazione a modelli di business decentralizzati, grazie a contratti di outsourcing e accordi con terze parti: in particolare, circa il 63% degli intervistati italiani afferma di aver delocalizzato la gestione della sicurezza It addirittura fuori dei confini dello Stato.
  • Di conseguenza, appare oggi per queste aziende ancora più difficile mantenere il controllo sulla sicurezza delle informazioni nonché, per il management aziendale, avere una corretta percezione dei rischi cui le imprese sono esposte.
  • Le aziende tendono troppo spesso a sottovalutare i pericoli che possono arrivare dall’interno dell’organizzazione. Forte è l’attenzione posta sulle minacce esterne e, in particolare, al pericolo dei virus informatici. Gli investimenti tecnologici si concentrano, infatti, in prevalenza, su firewall e protezioni antivirus, mentre poche realtà si preoccupano di dedicare risorse alla sensibilizzazione e alla formazione del personale.
    • “Mentre l’attenzione del pubblico resta focalizzata sugli attacchi esterni – spiega Fabio Merello, responsabile Technology and Security Risk Services di Ernst & Young – le aziende subiscono danni a volte gravi derivanti da cattiva condotta, omissioni, leggerezze o da prassi che violano le regole interne.
    • Molti incidenti di origine interna non vengono adeguatamente trattati o evidenziati e le organizzazioni non affrontano in modo adeguato le problematiche relative alla sicurezza informatica finché non si verifica un incidente significativo”.

Manca la cultura

  • Un ulteriore elemento di interesse evidenziato dallo studio riguarda la spesa in sicurezza It nel nostro Paese dove, secondo il 34% circa degli intervistati, le risorse economiche messe in campo per la gestione della sicurezza informatica nel 2005 rimarranno allo stesso livello del 2004, mentre per il 57% il budget è destinato ad aumentare.
  • La notizia appare confortante soprattutto in considerazione del fatto che gli stessi intervistati lamentano oggi, nel 73% dei casi, proprio la restrizione del budget quale maggiore limite per l’applicazione di efficaci provvedimenti legati alla sicurezza informatica all’interno della propria impresa.
    • La mancanza di consapevolezza da parte degli utenti finali costituisce, invece, un limite per il 61% degli intervistati. “È necessario riservare maggiori energie nel creare una cultura più attenta alla sicurezza che parta direttamente dal vertice – sottolinea Morello -.
  • È possibile trasformare l’attuale approccio alla secuirty considerandolo un modo per guadagnare maggior vantaggio competitivo e preservare il valore degli azionisti, piuttosto che un costo inevitabile. Tuttavia, questa trasformazione deve essere portata avanti attraverso un cambiamento di mentalità da parte dei Ceo e dell’alta dirigenza. Tutti devono attivarsi per far evolvere le competenze del proprio personale che, spesso, rappresenta l’elemento più vulnerabile”.