Il posto vuoto. Riconoscere il principio di appartenenza

Il primo dei quattro ordini sistemici. Perché un gruppo non guarisce finché qualcuno è rimasto fuori senza essere stato congedato.

In una sessione di team coaching di tre anni fa, un dirigente mi disse una frase che ho continuato a sentire altre cento volte da allora: “non capisco perché in riunione c’è sempre come un peso, una stanchezza, anche quando abbiamo buone notizie”. Abbiamo lavorato sui processi, sulla comunicazione, sui ruoli. Niente cambiava davvero. Poi, quasi per caso, in una sessione qualcuno disse: “da quando se n’è andata Marina, non è più la stessa cosa”.

Marina era uscita due anni prima. Da allora il team aveva continuato a funzionare: i numeri c’erano, le riunioni si facevano, le decisioni si prendevano. Ma c’era un’area di lavoro, quella che Marina seguiva da sola, e con un certo talento, che nessuno aveva davvero ripreso in mano. Quando saltava fuori un cliente che lei aveva gestito, calava un silenzio. Quando il capo proponeva di rilanciare quel filone, qualcuno spostava il discorso. Marina aveva lasciato l’azienda, ma il suo posto, nel sistema, era rimasto vuoto.

Questa è una delle storie più ricorrenti, e meno raccontate, della vita aziendale: il principio di appartenenza, e cosa succede quando viene violato.

Cosa significa “appartenenza” in azienda o in un gruppo

Il principio di appartenenza, nel modello sistemico di Bert Hellinger applicato alle organizzazioni da Claude Rosselet e Georg Senoner, dice una cosa semplice e radicale: ogni membro di un sistema ha diritto al proprio posto. Compresi quelli che sono usciti, quelli che sono stati incorporati, quelli che hanno fondato l’azienda e poi se ne sono andati, quelli che sono stati licenziati. Tutti.

In azienda, “avere un posto” significa due cose:

  • Essere riconosciuti come parte del sistema mentre ne fai parte (ruolo chiaro, perimetro definito, voce ascoltata).
  • Essere congedati con un riconoscimento quando se ne esce (per dimissioni, licenziamento, pensione, riorganizzazione).

Quando una delle due cose manca, e nella mia esperienza è quasi sempre la seconda, il sistema organizzativo continua a tenere il posto. Inconsciamente. È un meccanismo che funziona come funziona nelle famiglie: un nonno mai nominato, uno zio cancellato dagli album, un fratello scomparso. Il sistema li ricorda comunque, e produce sintomi per ricordarli a chi è rimasto.

Quattro modi in cui un’azienda o un gruppo viola l’appartenenza

1. Il licenziamento “spiegato male”

Una persona viene fatta uscire. Le ragioni non vengono comunicate con chiarezza al team rimasto, oppure vengono comunicate con frasi-paravento (“scelta condivisa”, “nuove sfide professionali”).
Il team rimasto sente che qualcosa non torna, e sviluppa una lealtà compensativa verso chi è uscito. Spesso senza accorgersene: meno impegno, meno apertura verso il nuovo capo, meno disponibilità a credere che la prossima decisione difficile sarà gestita meglio.

2. L’acquisizione mai digerita

Azienda A acquisisce azienda B. I dipendenti di B vengono ribattezzati con la cultura di A, gli uffici cambiano logo, il sito web sparisce. Nessuno celebra cosa B aveva costruito prima di essere comprata. Risultato: tre anni dopo, ci sono ancora “quelli di A” e “quelli di B”, anche se nessuno lo dice ad alta voce. Le sinergie promesse non arrivano. L’appartenenza di B non è mai stata onorata.

3. Il fondatore non onorato

L’azienda è stata fondata vent’anni fa da una persona che oggi non c’è più (uscita, andata in pensione, scomparsa).
I nuovi manager parlano di “azienda 2.0”, “nuovo corso”, “lasciamoci alle spalle il passato”. Il fondatore non viene mai nominato, le sue scelte sono trattate come errori da correggere. Il sistema non perde memoria:

  • i dipendenti che hanno conosciuto il fondatore ne portano il peso,
  • e quelli che non l’hanno conosciuto si chiedono perché c’è sempre una tensione di fondo che non si scioglie.

4. Il “fantasma” del predecessore

Un nuovo manager prende il posto del precedente. Spesso, in azienda, accade nel modo più frettoloso possibile: una mail, una presentazione, e via. Il manager precedente (magari carismatico, magari amato) non viene mai esplicitamente congedato dal team.
Il nuovo capo entra e fa piazza pulita delle prassi precedenti. Il team, per lealtà inconscia verso il vecchio capo, non lo segue. Il nuovo capo si sente “non riconosciuto”, il team si sente “rispettato meno di prima”. Sono tutti e due dentro la stessa violazione.

Come si riconosce un’appartenenza violata

Non c’è un test, ma ci sono segnali. Quando vedo questi quattro fenomeni insieme, in azienda, so che da qualche parte un posto è rimasto vuoto:

  • Resistenza passiva ai cambiamenti che, sulla carta, dovrebbero essere accolti positivamente.
  • Conflitti che si ripetono sempre tra le stesse persone, su temi diversi ma con la stessa “musica”.
  • Una stanchezza diffusa che non corrisponde al carico di lavoro effettivo.
  • Frasi del tipo “ai miei tempi”, “quando c’era X”, “una volta sì che si lavorava bene” — pronunciate spesso, anche da chi non c’era ai “tempi” evocati (la memoria del sistema si trasmette).

Il sistema continua a tenere il suo posto, anche quando nessuno lo dice. La sedia vuota non è uno scherzo della memoria: è il modo in cui un sistema ti chiede di chiudere quello che non è stato chiuso.

Il rito del congedo: come si onora un’uscita

L’appartenenza si rispetta nei momenti di passaggio. Quando qualcuno entra, e, soprattutto, quando qualcuno esce. Non sto parlando di teatralità: sto parlando di tre gesti minimi che, nella mia esperienza, fanno la differenza tra un sistema sano e uno che rimane “appiccicato” al passato.

  • Nominare la persona, in un momento condiviso con il team rimasto. Non una mail. Un incontro.
  • Riconoscere il contributo con qualcosa di specifico (“quello che ha portato è…”, non un generico “ti ringraziamo per gli anni passati”).
  • Spiegare il motivo dell’uscita, per quanto possibile, con onestà. Anche un licenziamento può essere comunicato in modo che il sistema possa elaborarlo, invece che subirlo.

Per chi entra nuovo in un ruolo lasciato da qualcun altro, c’è un gesto in più, e per la mia esperienza è il più potente di tutti: nominare esplicitamente il predecessore, e dire una frase di riconoscimento. Qualcosa come “so che prima di me c’era X, e mi piacerebbe sapere da voi cosa ha costruito che vale la pena di continuare”. Cambia tutto. Il team si sente visto, e il nuovo capo viene incluso nel sistema invece di doverlo conquistare a forza.

Una pratica per la settimana

Se sei un manager o un responsabile di un team, ti propongo un esercizio breve. Prendi un foglio. Scrivi i nomi di chi fa parte oggi del tuo team. Poi, in una colonna a fianco, scrivi i nomi di chi è uscito negli ultimi tre anni. Per ognuno di questi ultimi, prova a rispondere:

  • Quando è uscito, c’è stato un momento condiviso?
  • Cosa aveva portato che ancora oggi è qui?
  • Cosa, di quello che ha lasciato, non è stato ancora nominato?

Se trovi anche solo un nome a cui non sai rispondere alla seconda domanda, hai trovato un posto vuoto. Da lì, in genere, parte tutto.

Nel prossimo articolo entriamo nel secondo principio: l’ordine di successione. Perché chi viene prima ha precedenza su chi viene dopo, e perché questa è la regola che i nuovi capi — paradossalmente — ignorano più spesso di tutte.

Intelligenza artificiale e coaching: dal “Se” al “Come”. Insight dalla tavola rotonda ICF

Il 14 novembre 2025, nella cornice della conferenza ICF Italia, si è tenuta una tavola rotonda “Il coach nell’era dell’intelligenza artificiale” gestita dal Comitato Scientifico ICF di cui faccio parte, che ha segnato un momento di svolta per la nostra professione. Non più il dibattito sul “se” adottare l’intelligenza artificiale nel coaching, ma finalmente il confronto sul “come” farlo in modo etico, efficace e trasformativo.

Un panel di voci autorevoli per esplorare il cambiamento

La moderatrice Gabriella Campanile, coordinatrice del Comitato Scientifico ICF, ha orchestrato un dialogo ricco e multidisciplinare che ha visto protagonisti:

  • Maria Rita Fiasco, Executive Coach e membro del Team AI & Coaching del Comitato Scientifico, che ha presentato i risultati della ricerca più ampia mai condotta in Italia sul tema
  • Anna Gallotti, MCC di ICF Global, che ha portato la prospettiva internazionale e il modello LEAD
  • Giovanna D’Alessio, MCC e già Presidente ICF Global e Italia, voce autorevole sulle competenze profonde del coach
  • Il Prof. Paolo Ceravolo dell’Università degli Studi di Milano, che ha portato la profondità tecnica necessaria per demistificare l’IA
  • Maria Laura Fornaci, coordinatrice dell’Osservatorio Future of Workers della Fondazione Brodolini, con la sua visione sistemica sul futuro del lavoro

L’industria del coaching sta attraversando trasformazioni epocali con l’emergere di piattaforme AI, chatbot e strumenti sempre più sofisticati. Ma di cosa deve attrezzarsi veramente il coach? Quali competenze e quale mindset servono per restare nel coaching trasformativo? E quali sono i rischi reali da gestire?

La ricerca che fotografa il presente: 197 coach ci parlano

Maria Rita Fiasco ha presentato i risultati di un progetto durato 10 mesi che ha coinvolto 197 coach, prevalentemente ICF ma non solo. Il profilo che emerge è sorprendente e sfata alcuni miti:

  • Il campione è composto per il 70% da donne, con il 43% nella fascia 50-59 anni e il 64% con credenziali ICF. L’interesse per l’IA non è limitato ai più giovani – questo è il primo insight importante. È un campione senior e trasversale che sta esplorando con curiosità le nuove frontiere.
  • I dati sull’adozione parlano chiaro: il 44% già usa l’IA (in modo frequente o occasionale), mentre il 33% sta iniziando. Ma ecco il dato più interessante: tra i non utilizzatori, prevale il “non la conosco” rispetto a una chiusura aprioristica. C’è voglia di esplorare, non paura del cambiamento.
  • Le barriere principali? Soprattutto gap di competenze e scarsa familiarità con gli strumenti. I timori legati a privacy, etica e gestione dati esistono, certo, ma sono minoritari. Il focus si sta spostando decisamente dal “se” al “come” adottare l’IA nel coaching.

E dove si usa concretamente? Preparazione delle sessioni, sintesi, riflessione post-sessione. L’IA diventa un alleato nel lavoro di backoffice, non un sostituto nella relazione con il cliente.

Le tre direttrici di competenza per il coach aumentato

Dalla ricerca emergono tre direttrici fondamentali che abilitano un uso consapevole dell’IA:

1. AI Literacy. Non serve diventare programmatori, ma comprendere principi e logiche, limiti e opportunità, rischi e potenzialità. È fondamentale saper gestire la disclosure con i clienti, proteggere i dati, definire confini chiari d’uso.

2. Mediazione Uomo-Macchina. Integrare senza delegare – questa è la chiave. Significa saper fare prompting efficace, leggere criticamente gli output dell’IA, mantenere autenticità, presenza e senso etico. Il coach resta al timone, l’IA è il co-pilota.

3. Metacognizione Aumentata. Forse la più sofisticata: sviluppare consapevolezza di come pensiamo e decidiamo mentre usiamo l’IA. È una competenza riflessiva che ci permette di non essere “fagocitati” dalla tecnologia ma di usarla come specchio per apprendere sul nostro stile.

La prospettiva ICF Global: il modello LEAD e l’insostituibile ascolto umano

Anna Gallotti ha raccontato il percorso di ICF Global dal novembre 2022 (lancio di ChatGPT) ad oggi. Una Task Force dedicata, l’assunzione di una figura specializzata (Susan Caesar), due tavoli di lavoro con esperti e stakeholder globali, pubblicazione di guidelines. Un approccio strutturato e responsabile.

Ma il contributo più prezioso viene dalla ricerca condotta con Columbia University e Catherine Tannot: il modello LEAD (Listen, Elevate, Align, Deliver). L’esito chiave? La fase di Listen – l’ascolto sistemico e fine dei segnali, degli effetti a 360° – non è sostituibile dall’IA, che resta più lineare che sistemica.

Ecco quindi il valore distintivo come coach umani: la capacità di cogliere le sfumature, i non detti, le emozioni sottili, le connessioni sistemiche che un algoritmo, per quanto sofisticato, non può catturare.

Competenze interiori e digitali: il binomio inscindibile secondo Giovanna D’Alessio

D’Alessio ha brillantemente articolato il doppio registro di competenze necessarie:

Le competenze interiori (chi siamo nella relazione):

  • La presenza cosciente come firma distintiva e antidoto all’irrilevanza
  • La non direttività autentica: usare insight e metriche dell’IA senza farsene guidare
  • Lo sviluppo verticale: aiutare il cliente ad accedere a livelli più alti di consapevolezza

Le competenze digitali/etiche:

  • Il dialogo con l’IA: prompt engineering, contestualizzazione, lettura critica
  • L’etica operativa: IA prima/dopo la sessione, mai come “terzo interlocutore” senza consenso
  • La riflessività: usare l’IA come specchio per apprendere, non per auto-confermarsi
  • La co-creazione: integrare logica algoritmica e intuizione umana

I fondamenti tecnici spiegati con chiarezza: il contributo del Prof. Ceravolo

Il Professor Ceravolo ha demistificato l’IA spiegandola come “intelligenza collettiva” – una codifica efficiente della conoscenza prodotta dalla società. I Large Language Model (LLM) sono forti sul sapere enciclopedico ma deboli sul sapere procedurale implicito.

I limiti strutturali sono chiari: finestre contestuali finite, rischio di propagazione errori su catene lunghe, debolezza sulle complessità sistemiche. Tecniche come il RAG (Retrieval-Augmented Generation) possono estendere le fonti, ma l’IA non ha corpo né emozioni – limiti fondamentali per l’esperienza incarnata e la creatività che caratterizzano il coaching trasformativo.

Il futuro del lavoro: dall’efficienza individuale all’IA agentica

Maria Laura Fornaci ha portato una prospettiva sistemica fondamentale. Oggi viviamo il “paradosso dell’IA generativa”: benefici individuali che non sempre si traducono in miglioramenti del bottom line aziendale.

Ma la prossima ondata sarà l’IA “agentica” – integrata nei processi verticali, nei workflow delle funzioni aziendali. Questo avrà effetti profondi su:

  • Attività: cosa affidare all’IA e cosa tenere in capo all’umano
  • Ruoli: dal tecnico all’orchestratore di agenti IA
  • Qualità del lavoro: soddisfazione, senso, accountability

Citando Luciano Floridi, non parliamo di “intelligenza” ma di agency artificiale potentissima sui segni, non sul senso. La conseguenza? Governare l’IA mantenendo gli umani in controllo, definendo confini chiari e responsabilità.

I 7 insight chiave emersi: la sintesi operativa

1. Il coach resta al timone: L’IA è co-pilota per preparazione e riflessione, ma il valore umano distintivo resta nella presenza, ascolto sistemico e intuito.

2. Etica e trasparenza vanno scritte nel contratto: esplicitare se/come si usa l’IA, con limiti, protezione dati e consenso informato. L’AI Act europeo (Art. 50) lo richiede già.

3. Le tre competenze abilitanti sono imprescindibili: AI-literacy, mediazione uomo-macchina, metacognizione aumentata – un trittico da sviluppare con urgenza.

4. La community è pronta ma ha bisogno di supporto: il 77% già usa o sta iniziando. Le barriere sono di competenza più che ideologiche.

5. L’IA meglio definita con Artifical Agency cambierà i significati del lavoro: dai benefici individuali all’integrazione nei processi, con nuovi ruoli e responsabilità.

6. I limiti tecnici richiedono supervisione umana: finestre contestuali finite, errori su complessità sistemiche – servono supervisione e registri decisionali.

7. “Agency senza intelligenza” – la cornice epistemologica: l’IA va governata come nuova forma di agency, non come intelligenza dotata di senso.

Il coaching aumentato: una visione per il futuro

La tavola rotonda ha tracciato una rotta chiara: il coaching aumentato non è quello che delega all’IA ma quello che integra consapevolmente tecnologia e umanità. È un coaching che:

  • Mantiene il coach al timone
  • Dichiara e regola l’uso dell’IA
  • Sviluppa le tre direttrici di competenza
  • Garantisce supervisione e accountability
  • Presta attenzione a equità e bias
  • Usa l’IA dove crea valore senza erodere l’ascolto sistemico

La chiamata all’azione per la nostra community

Il messaggio finale è chiaro: non possiamo permetterci di restare spettatori. Il cambiamento è qui, ora. La scelta non è se adottare l’IA ma come farlo preservando e amplificando ciò che ci rende insostituibili: la nostra presenza umana, la capacità di ascolto sistemico, l’intuizione creativa.

Come coach, abbiamo la responsabilità di:

  • Investire nelle tre competenze abilitanti
  • Sperimentare con curiosità e rigore etico
  • Condividere apprendimenti con la community
  • Contribuire alla definizione di standard e best practice
  • Mantenere sempre il cliente e la relazione al centro

Il futuro del coaching non sarà né totalmente umano né totalmente artificiale. Sarà aumentato, integrato, consapevole. E noi coach abbiamo l’opportunità – e la responsabilità – di plasmarlo attivamente.

I componenti del Comitato Scientifico ICF Italia: