Quando il team non funziona, guarda chi non è nel cerchio

I quattro ordini invisibili che decidono la salute di un team e perché occorre impararli.

Bert Hellinger li chiamava ordini dell’amore nelle famiglie. Nelle organizzazioni diventano qualcosa di meno romantico ma altrettanto potente: ordini del successo. Leggi sistemiche non scritte che, quando vengono rispettate, fanno funzionare le aziende — e quando vengono violate, generano resistenze, conflitti e turnover che nessun KPI riesce a spiegare.

Nel corso degli anni ho imparato che la stragrande maggioranza dei problemi che un manager porta: “il team non mi segue”, “c’è un veleno in azienda che non riesco a chiamare”, “non capisco perché quel reparto boicotti tutto”… non sono problemi di personalità, né di processo, né di skill. Sono ordini sistemici violati che nessuno ha visto.

I quattro principi, in ordine di importanza

Claude Rosselet e Georg Senoner, nel loro modello Strutture del Successo, hanno organizzato il lavoro di Hellinger in quattro principi che si applicano direttamente al management:

  • Appartenenza: ogni membro ha diritto al proprio posto, compresi quelli che sono già usciti.
  • Ordine di successione: chi viene prima ha precedenza su chi viene dopo.
  • Equilibrio dare-avere: contributo e riconoscimento devono bilanciarsi.
  • Sviluppo del potenziale: il sistema/team deve coltivare crescita reale, non uguaglianza piatta.

Una cosa importante: questi principi sono gerarchici. Investire in formazione (sviluppo) mentre c’è qualcuno che si sente escluso (appartenenza) è soldi sprecati. Bisogna sistemare i primi due prima di toccare i secondi due — sempre, in quest’ordine.

Tre segnali clinici che incontro in studio

Il manager che non capisce perché il suo team lo “ignora”. 
Quasi sempre c’è un predecessore non onorato. Il nuovo capo è arrivato, ha “fatto piazza pulita” delle prassi precedenti, e ora il team — per lealtà inconscia verso il vecchio capo — non lo segue. La soluzione non è una nuova retrospettiva: è un atto di riconoscimento esplicito di chi è venuto prima.

Il dipendente brillante che si demoralizza. 
Quasi sempre uno squilibrio dare-avere. Sta dando molto più di quanto riceve in riconoscimento — non parlo solo di soldi: voce in capitolo, visibilità, fiducia. Quando la bilancia resta sbilanciata troppo a lungo, il sistema “espelle” la persona (se ne va o si spegne).

Il reparto che boicotta passivamente. 
Quasi sempre un’appartenenza violata in qualche acquisizione di anni fa. Aziende incorporate che non sono mai state davvero accolte, fondatori “cacciati” senza riti di chiusura. Il sistema se ne ricorda, anche se nessuno ne parla più.

Una domanda da portarsi nel lavoro in team, e che vale per qualunque sistema in difficoltà: chi o cosa, nel tuo sistema, non sta trovando posto?

Cosa cambia nella pratica

Per un coach, o per un manager che si è formato a queste cose, cambia la prima domanda. Non più “come risolviamo questo conflitto”, ma “quale ordine è stato violato perché questo conflitto sia emerso?”. È un passo indietro che cambia tutto: anziché trattare il sintomo, si nomina la causa.

Nei prossimi articoli vedremo come applicare ciascuno dei quattro principi in pratica — con esempi reali da sessioni, costellazioni di team, e workshop di leadership. Per ora, basta questa: la prossima volta che un team non funziona, prova a chiederti chi non è nel cerchio.

Intelligenza artificiale e coaching: dal “Se” al “Come”. Insight dalla tavola rotonda ICF

Il 14 novembre 2025, nella cornice della conferenza ICF Italia, si è tenuta una tavola rotonda “Il coach nell’era dell’intelligenza artificiale” gestita dal Comitato Scientifico ICF di cui faccio parte, che ha segnato un momento di svolta per la nostra professione. Non più il dibattito sul “se” adottare l’intelligenza artificiale nel coaching, ma finalmente il confronto sul “come” farlo in modo etico, efficace e trasformativo.

Un panel di voci autorevoli per esplorare il cambiamento

La moderatrice Gabriella Campanile, coordinatrice del Comitato Scientifico ICF, ha orchestrato un dialogo ricco e multidisciplinare che ha visto protagonisti:

  • Maria Rita Fiasco, Executive Coach e membro del Team AI & Coaching del Comitato Scientifico, che ha presentato i risultati della ricerca più ampia mai condotta in Italia sul tema
  • Anna Gallotti, MCC di ICF Global, che ha portato la prospettiva internazionale e il modello LEAD
  • Giovanna D’Alessio, MCC e già Presidente ICF Global e Italia, voce autorevole sulle competenze profonde del coach
  • Il Prof. Paolo Ceravolo dell’Università degli Studi di Milano, che ha portato la profondità tecnica necessaria per demistificare l’IA
  • Maria Laura Fornaci, coordinatrice dell’Osservatorio Future of Workers della Fondazione Brodolini, con la sua visione sistemica sul futuro del lavoro

L’industria del coaching sta attraversando trasformazioni epocali con l’emergere di piattaforme AI, chatbot e strumenti sempre più sofisticati. Ma di cosa deve attrezzarsi veramente il coach? Quali competenze e quale mindset servono per restare nel coaching trasformativo? E quali sono i rischi reali da gestire?

La ricerca che fotografa il presente: 197 coach ci parlano

Maria Rita Fiasco ha presentato i risultati di un progetto durato 10 mesi che ha coinvolto 197 coach, prevalentemente ICF ma non solo. Il profilo che emerge è sorprendente e sfata alcuni miti:

  • Il campione è composto per il 70% da donne, con il 43% nella fascia 50-59 anni e il 64% con credenziali ICF. L’interesse per l’IA non è limitato ai più giovani – questo è il primo insight importante. È un campione senior e trasversale che sta esplorando con curiosità le nuove frontiere.
  • I dati sull’adozione parlano chiaro: il 44% già usa l’IA (in modo frequente o occasionale), mentre il 33% sta iniziando. Ma ecco il dato più interessante: tra i non utilizzatori, prevale il “non la conosco” rispetto a una chiusura aprioristica. C’è voglia di esplorare, non paura del cambiamento.
  • Le barriere principali? Soprattutto gap di competenze e scarsa familiarità con gli strumenti. I timori legati a privacy, etica e gestione dati esistono, certo, ma sono minoritari. Il focus si sta spostando decisamente dal “se” al “come” adottare l’IA nel coaching.

E dove si usa concretamente? Preparazione delle sessioni, sintesi, riflessione post-sessione. L’IA diventa un alleato nel lavoro di backoffice, non un sostituto nella relazione con il cliente.

Le tre direttrici di competenza per il coach aumentato

Dalla ricerca emergono tre direttrici fondamentali che abilitano un uso consapevole dell’IA:

1. AI Literacy. Non serve diventare programmatori, ma comprendere principi e logiche, limiti e opportunità, rischi e potenzialità. È fondamentale saper gestire la disclosure con i clienti, proteggere i dati, definire confini chiari d’uso.

2. Mediazione Uomo-Macchina. Integrare senza delegare – questa è la chiave. Significa saper fare prompting efficace, leggere criticamente gli output dell’IA, mantenere autenticità, presenza e senso etico. Il coach resta al timone, l’IA è il co-pilota.

3. Metacognizione Aumentata. Forse la più sofisticata: sviluppare consapevolezza di come pensiamo e decidiamo mentre usiamo l’IA. È una competenza riflessiva che ci permette di non essere “fagocitati” dalla tecnologia ma di usarla come specchio per apprendere sul nostro stile.

La prospettiva ICF Global: il modello LEAD e l’insostituibile ascolto umano

Anna Gallotti ha raccontato il percorso di ICF Global dal novembre 2022 (lancio di ChatGPT) ad oggi. Una Task Force dedicata, l’assunzione di una figura specializzata (Susan Caesar), due tavoli di lavoro con esperti e stakeholder globali, pubblicazione di guidelines. Un approccio strutturato e responsabile.

Ma il contributo più prezioso viene dalla ricerca condotta con Columbia University e Catherine Tannot: il modello LEAD (Listen, Elevate, Align, Deliver). L’esito chiave? La fase di Listen – l’ascolto sistemico e fine dei segnali, degli effetti a 360° – non è sostituibile dall’IA, che resta più lineare che sistemica.

Ecco quindi il valore distintivo come coach umani: la capacità di cogliere le sfumature, i non detti, le emozioni sottili, le connessioni sistemiche che un algoritmo, per quanto sofisticato, non può catturare.

Competenze interiori e digitali: il binomio inscindibile secondo Giovanna D’Alessio

D’Alessio ha brillantemente articolato il doppio registro di competenze necessarie:

Le competenze interiori (chi siamo nella relazione):

  • La presenza cosciente come firma distintiva e antidoto all’irrilevanza
  • La non direttività autentica: usare insight e metriche dell’IA senza farsene guidare
  • Lo sviluppo verticale: aiutare il cliente ad accedere a livelli più alti di consapevolezza

Le competenze digitali/etiche:

  • Il dialogo con l’IA: prompt engineering, contestualizzazione, lettura critica
  • L’etica operativa: IA prima/dopo la sessione, mai come “terzo interlocutore” senza consenso
  • La riflessività: usare l’IA come specchio per apprendere, non per auto-confermarsi
  • La co-creazione: integrare logica algoritmica e intuizione umana

I fondamenti tecnici spiegati con chiarezza: il contributo del Prof. Ceravolo

Il Professor Ceravolo ha demistificato l’IA spiegandola come “intelligenza collettiva” – una codifica efficiente della conoscenza prodotta dalla società. I Large Language Model (LLM) sono forti sul sapere enciclopedico ma deboli sul sapere procedurale implicito.

I limiti strutturali sono chiari: finestre contestuali finite, rischio di propagazione errori su catene lunghe, debolezza sulle complessità sistemiche. Tecniche come il RAG (Retrieval-Augmented Generation) possono estendere le fonti, ma l’IA non ha corpo né emozioni – limiti fondamentali per l’esperienza incarnata e la creatività che caratterizzano il coaching trasformativo.

Il futuro del lavoro: dall’efficienza individuale all’IA agentica

Maria Laura Fornaci ha portato una prospettiva sistemica fondamentale. Oggi viviamo il “paradosso dell’IA generativa”: benefici individuali che non sempre si traducono in miglioramenti del bottom line aziendale.

Ma la prossima ondata sarà l’IA “agentica” – integrata nei processi verticali, nei workflow delle funzioni aziendali. Questo avrà effetti profondi su:

  • Attività: cosa affidare all’IA e cosa tenere in capo all’umano
  • Ruoli: dal tecnico all’orchestratore di agenti IA
  • Qualità del lavoro: soddisfazione, senso, accountability

Citando Luciano Floridi, non parliamo di “intelligenza” ma di agency artificiale potentissima sui segni, non sul senso. La conseguenza? Governare l’IA mantenendo gli umani in controllo, definendo confini chiari e responsabilità.

I 7 insight chiave emersi: la sintesi operativa

1. Il coach resta al timone: L’IA è co-pilota per preparazione e riflessione, ma il valore umano distintivo resta nella presenza, ascolto sistemico e intuito.

2. Etica e trasparenza vanno scritte nel contratto: esplicitare se/come si usa l’IA, con limiti, protezione dati e consenso informato. L’AI Act europeo (Art. 50) lo richiede già.

3. Le tre competenze abilitanti sono imprescindibili: AI-literacy, mediazione uomo-macchina, metacognizione aumentata – un trittico da sviluppare con urgenza.

4. La community è pronta ma ha bisogno di supporto: il 77% già usa o sta iniziando. Le barriere sono di competenza più che ideologiche.

5. L’IA meglio definita con Artifical Agency cambierà i significati del lavoro: dai benefici individuali all’integrazione nei processi, con nuovi ruoli e responsabilità.

6. I limiti tecnici richiedono supervisione umana: finestre contestuali finite, errori su complessità sistemiche – servono supervisione e registri decisionali.

7. “Agency senza intelligenza” – la cornice epistemologica: l’IA va governata come nuova forma di agency, non come intelligenza dotata di senso.

Il coaching aumentato: una visione per il futuro

La tavola rotonda ha tracciato una rotta chiara: il coaching aumentato non è quello che delega all’IA ma quello che integra consapevolmente tecnologia e umanità. È un coaching che:

  • Mantiene il coach al timone
  • Dichiara e regola l’uso dell’IA
  • Sviluppa le tre direttrici di competenza
  • Garantisce supervisione e accountability
  • Presta attenzione a equità e bias
  • Usa l’IA dove crea valore senza erodere l’ascolto sistemico

La chiamata all’azione per la nostra community

Il messaggio finale è chiaro: non possiamo permetterci di restare spettatori. Il cambiamento è qui, ora. La scelta non è se adottare l’IA ma come farlo preservando e amplificando ciò che ci rende insostituibili: la nostra presenza umana, la capacità di ascolto sistemico, l’intuizione creativa.

Come coach, abbiamo la responsabilità di:

  • Investire nelle tre competenze abilitanti
  • Sperimentare con curiosità e rigore etico
  • Condividere apprendimenti con la community
  • Contribuire alla definizione di standard e best practice
  • Mantenere sempre il cliente e la relazione al centro

Il futuro del coaching non sarà né totalmente umano né totalmente artificiale. Sarà aumentato, integrato, consapevole. E noi coach abbiamo l’opportunità – e la responsabilità – di plasmarlo attivamente.

I componenti del Comitato Scientifico ICF Italia: